Ambiente, ecologia, tecnologia e sviluppo sostenibile

CO2 oltre il limite di 400 ppm

Scritto da Luca De Nardo - 100ambiente • Giovedì, 16 maggio 2013

La concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera ha raggiunto la soglia di 400 ppm (parti per milione), come era logico aspettarsi dai dati delle ultime settimane. Il limite è stato superato nella media giornaliera del 9 maggio, come rilevato dal NOAA ( National Oceanic and Atmosferic Administration, US) e dallo Scripps Institution of Oceanography di San Diego nell'osservatorio di Mauna Loa, Hawaii. È la concentrazione più alta mai ragistrata da quando la base ha iniziato il monitoraggio della CO2  nel 1958. Allora il livello era di 316 ppm, non molto lontano dalle 280 parti per milione che caratterizzavano il periodo preindustriale. Da allora, la quantità di anidride carbonica in atmosfera è andata aumentando sempre più velocemente, con un tasso di crescita di 0.7 ppm all'anno negli anni '50 fino a 2.1 ppm dal Duemila in poi.

“Questo aumento non è una sorpresa per gli scienziati – ha detto Pieter Tans del NOAA – è la prova definitiva che le emissioni globali di CO2 dovute alla combustione di carbone, petrolio e gas sono in forte crescita, e che stanno accelerando”.

Il valore di 400 ppm è simbolico, ma non per questo meno preoccupante. Se si considerano le emissioni degli altri gas serra, come il metano e l’ossido di azoto, la concentrazione di CO2 equivalente era ben oltre la soglia già in aprile (478 ppm, secondo Ronald Prinn del MIT). All’interno della comunità scientifica e nei negoziati internazionali sul clima, la concentrazione di 400 ppm è convenzionalmente riconosciuta come la soglia oltre cui si va verso pericolosi e irrevesibili effetti dei cambiamenti climatici. Commentando il superamento, il segretario esecutivo dell’UNFCCC Christiana Figueres ha sottolineato la necessità di una risposta politica internazionale che sia all’altezza delle sfide.

Pochi giorni fa si è svolta la seconda sessione dei colloqui internazionali sul clima di Bonn (Ad Hoc Working Group on the Durban Platform, ADP2), che riprenderà all’inizio di giugno. I negoziati hanno l’obiettivo di delineare un accordo globale vincolante sulle misure di mitigazione ed adattamento, che dovrebbe essere approvato entro il 2015 per entrare in vigore nel 2020 (in sostituzione del Protocollo di Kyoto, che prevede obblighi solo per pochi Paesi industrializzati, e nessuna sanzione). Secondo i partecipanti, i colloqui hanno mostrato segnali incoraggianti ma finora non ci sono state proposte concrete.

Secondo Ralph Keeling, geochimico dello Scripps (e figlio dello scienziato Charles D. Keeling, che ideò la nota curva) “quello che accadrà al clima è ancora sotto il nostro controllo. Dipenderà essenzialmente da quanto continueremo a sfruttare i combustibili fossili per produrre energia”.


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Bioluminescenza: l'importanza dell’energia in natura

Scritto da Luca De Nardo - 100ambiente • Lunedì, 20 luglio 2009 • Commenti 0 • Categoria: Ittica

Bioluminescenza della medusa Aequorea victoria scoperta nel 1962
Per molti, l’energia è quella “cosa” che fa accendere una lampadina, fa sì che si possa vedere la televisione o mettere in moto la lavatrice.
In realtà l’energia, sotto varie forme, è presente in ogni aspetto della vita che ci circonda.

Enel e Marevivo hanno trovato un punto di incontro sul tema dell’energia nell’ambiente marino con l’iniziativa “20.000 volt sotto i mari”, che è stata presentata alla stampa mercoledì scorso presso la sede nazionale dell’associazione ambientalista.
Insieme, Enel e Marevivo intendono diffondere il significato dell’energia nell’ambiente marino, approfondendo il tema della ricchezza di biodiversità che il mare racchiude e l’importanza della sua conservazione.

Lo spunto è stato offerto dai numerosi organismi marini che emanano energia, da quelli luminosi a quelli che rilasciano scariche elettriche.
Milioni di anni prima del’invenzione della lampadina, infatti, la natura ha fornito a molte creature punti luce e batterie “incorporate”.

La bioluminescenza, la produzione di luce in maniera organica, permette a una miriade di organismi marini di generare luce per adescare o abbagliare, nascondersi o farsi notare, mangiare o evitare di essere mangiati, muoversi nel buio degli abissi e perfino comunicare.


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Le scimmie Cebi dai Cornetti non finiscono di stupire.

Scritto da Luca De Nardo - 100ambiente • Mercoledì, 28 gennaio 2009 • Commenti 1 • Categoria: Fauna
Cebi dai Cornetti
Le piccole scimmie del Sud America conosciute come Cebi dai Cornetti (Cebus apella) separatesi dall’uomo circa 35 milioni di anni fa, non hanno ancora finito di stupire.
Dopo che è stato scoperto che sanno stimare il concetto di quantità, dargli il giusto valore e combinarle per effettuare scelte vantaggiose e aver dimostrato scientificamente che hanno un'elevata dote materna affine all'uomo, ora è emersa un'altra dote: quella di saper selezionare lo strumento adatto a risolvere un certo compito.
Questa capacità è considerata una fondamentale acquisizione nel corso dell’evoluzione umana. Uno studio condotto in Brasile, nella regione del Piauí, dai ricercatori dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione (Istc) del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma, ha dimostrato che i cebi sono in grado di scegliere il ‘martello’ più appropriato per rompere una noce.
Elisabetta Visalberghi, dirigente di ricerca dell’Istc-Cnr, ha spiegato che in questo nuovo studio ogni scimmia doveva scegliere, tra due o tre sassi diversi, quale prendere e trasportare alla più vicina incudine, per rompere una noce troppo dura da aprire altrimenti.

Inizialmente, i sassi proposti ai cebi erano loro familiari, simili a quelli già incontrati e usati molte volte nella loro vita. E difatti i cebi non sembravano aver dubbi: trasportavano i sassi resistenti e non quelli fragili, quelli grandi e pesanti e non quelli più piccoli e leggeri che certamente si sarebbero frantumati in mille pezzi nell’urto con la noce.


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Scoperti coralli bianchi nell’Adriatico

Scritto da Luca De Nardo - 100ambiente • Martedì, 13 gennaio 2009 • Commenti 0 • Categoria: Cambiamenti climatici
Foto del Corallo Bianco Lophelia da Center for Coastal and Watershed Studies
La campagna oceanografica ARCO (AdRiatic COrals), condotta dall’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna a bordo della nave oceanografica Urania, ha scoperto nell’Adriatico importanti vestigia dell’ultima età glaciale: si presentano dunque nuovi scenari sulla ricostruzione della storia naturale di questo mare, delle sue risorse e delle conseguenze delle variazioni climatiche sugli ambienti marini.

La scoperta più importante riguarda estese scogliere coralline a coralli bianchi (Lophelia e Madrepora) situate a meno di 200 metri di profondità al largo di Pescara, nella zona della depressione medio-adriatica, scomparsi probabilmente a seguito dell’innalzamento della temperatura in epoca post-glaciale.

I coralli bianchi rappresentano uno dei più importanti ecosistemi batiali, cioè delle profondità marine, e generalmente vivono, nell’Atlantico e nel Mediterraneo, a profondità superiori ai 350-400 metri.
La comunità scientifica internazionale rivolge grande attenzione a questi ecosistemi così peculiari, punti focali di biodiversità negli abissi e che, secondo alcuni, potrebbero essere minacciati dalla progressiva acidificazione degli oceani.
Grazie a programmi di ricerca nazionali ed europei, tra i quali Hermes (e a partire da quest’anno anche il nuovo progetto Hermione dell’UE), importanti scogliere a corallo bianco sono state rintracciate anche in acque italiane, nello Ionio, nel Canale di Sicilia e nell’Adriatico meridionale, ma sempre a profondità ragguardevoli.

La campagna ARCO era mirata a rintracciare, mediante un Rov (Remote operating vehicle), possibili scogliere coralline di Dendrophyllia cornigera (corallo giallo) che erano state segnalate dai pescatori e tipiche di profondità fra gli 80 e i 200 metri, dunque compatibili con la batimetria dell’area medio-adriatica.


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Il tesoro nascosto del Mekong. Scoperte 1000 nuove specie.

Scritto da Luca De Nardo - 100ambiente • Mercoledì, 17 dicembre 2008 • Commenti 0 • Categoria: Fauna, Flora
Oltre mille nuove specie sono state scoperte nell’ultimo decennio nella regione del Mekong Superiore, in Asia Sud orientale. E’ la straordinaria rivelazione dell’ultimo report lanciato dal WWF “First Contact in Greater Mekong”.

Tra le 1068 specie sconosciute alla scienza e identificate per la prima volta tra il 1997 e il 2007, c’è la specie di ragno cacciatore più grande del mondo, con un’apertura delle zampe che raggiunge i 30 centimetri, e una specie di millepiedi che ha un sorprendente colore rosa-shocking e produce cianuro.

Mentre la maggior parte delle specie è stata scoperta nelle giungle e nelle zone umide più inesplorate della regione, alcune sono state scovate in luoghi assolutamente inaspettati.

Il ratto delle rocce del Laos, per esempio, creduto estinto ben 11 milioni di anni fa, è stato ritrovato per la prima volta dagli scienziati in un mercato ortofrutticolo locale, mentre una nuova specie di serpente della penisola siamese è stata vista strisciare tra le travi di un ristorante nel Parco Nazionale Khao Yai, in Thailandia.




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